Tra i progetti che porteremo alla Maker Faire Trieste, uno dei più particolari è una scacchiera ispirata alla città. Ci piace perché racconta bene un modo di lavorare che per noi conta molto: partire da un immaginario locale, attraversare strumenti diversi, digitali e manuali, e arrivare a un oggetto fisico costruito con attenzione. L’idea, sulla carta, è semplice: trasformare alcuni simboli riconoscibili di Trieste in pezzi degli scacchi. In pratica, lo è molto meno. Un pezzo non deve solo somigliare a qualcosa. Deve stare in piedi, avere una presenza chiara, reggere la scala, funzionare dentro un insieme coerente e restare leggibile anche quando lo guardi non come immagine, ma come oggetto da prendere in mano e mettere su una scacchiera.
Per questo il progetto è cominciato prima della modellazione, in una fase di scelta e riduzione. Ci siamo chiesti quali elementi di Trieste avessero abbastanza forza da diventare pezzi, senza scivolare nel decorativo o nel didascalico. Il Castello di Miramare era quasi inevitabile, perché ha una silhouette immediata e una presenza che regge bene anche come forma sintetica. Per altri pezzi abbiamo cercato simboli meno monumentali ma ugualmente radicati nell’immaginario cittadino. Tra questi, come emblema, abbiamo scelto Marco: il pinguino arrivato a Trieste dal Sudafrica nel 1953, vissuto per oltre trent’anni all’Acquario Marino e rimasto nella memoria della città come una figura affettuosa e distintiva.
Da lì è iniziata una fase di esplorazione visiva. Foto, riferimenti, dettagli architettonici e simboli cittadini sono diventati materiale di partenza per capire quali direzioni potessero funzionare meglio. In questo passaggio abbiamo usato anche strumenti generativi presenti in Lab, non per delegare il progetto, ma per moltiplicare le ipotesi, mettere alla prova intuizioni e aprire varianti utili. I prompt sono stati elaborati con ChatGPT, le immagini sviluppate con Gemini, poi selezionate e spinte verso il passaggio successivo. L’AI, qui, non è scorciatoia né firma finale: è una fase di studio, uno strumento per fare più in fretta una cosa che comunque richiede occhio, scelta e selezione.
Le immagini che sembravano avere più potenziale sono state convertite in una prima base tridimensionale in formato .stl attraverso un ulteriore sistema di AI. È un passaggio utile, ma non risolutivo. I modelli generati quasi sempre portano con sé qualche problema: dettagli che in stampa si perdono, superfici troppo fragili, proporzioni poco convincenti, elementi che funzionano sullo schermo ma non nello spazio reale. È a questo punto che il progetto smette di essere soltanto promettente e comincia a chiedere precisione.
La rifinitura è avvenuta in Blender, dove i pezzi sono stati corretti, ripuliti e riequilibrati. È lì che si capisce se un’intuizione ha davvero struttura. Se una forma resta riconoscibile anche in piccolo. Se una base è abbastanza stabile. Se i dettagli aiutano o disturbano. Se un pezzo può vivere da solo ma anche stare dentro il linguaggio dell’intera scacchiera. È un lavoro meno spettacolare di quanto sembri l’idea iniziale, ma probabilmente è quello che fa la differenza tra un oggetto curioso e un progetto riuscito.
La verifica finale, naturalmente, passa dalla stampa 3D. I pezzi sono stati prodotti con le macchine del Lab, in questo caso con una Bambu Lab H2D e ugello da 0.2 mm, per mantenere una buona precisione anche sulle parti più piccole. La stampa, però, non è soltanto l’ultimo passaggio tecnico. È il momento in cui il progetto esce definitivamente dallo schermo e si misura con la realtà: peso, proporzione, leggibilità, presenza fisica. Un pezzo degli scacchi deve funzionare sul tavolo, non solo nel render. Deve avere carattere, ma senza perdere chiarezza. Deve richiamare un simbolo della città, ma continuare a comportarsi come un pezzo.
È questo il punto che ci interessa di più: non la singola tecnologia, ma il processo completo che collega idea, ricerca, strumenti, correzione e materia.
Nel caso della scacchiera triestina, il risultato mette insieme città, progetto e fabbricazione digitale. Ma per noi il valore del lavoro non sta solo nell’oggetto finale. Sta nel fatto che dentro il Lab un’intuizione può attraversare fasi diverse, cambiare forma più volte, passare da immagine a modello, da modello a prototipo, da prototipo a oggetto finito. È un modo di lavorare che ci rappresenta bene, perché non tratta il laboratorio come il posto dove si esegue un file già pronto, ma come uno spazio in cui le idee vengono messe alla prova, corrette, rese più solide e infine costruite davvero. La scacchiera ispirata a Trieste nasce da lì.